Ai sensi della Legge 7 marzo 2001 n°62, si dichiara che Culture Teatrali non rientra nella categoria di "informazione periodica" in quanto viene aggiornato ad intervalli non regolari.ng
 
 
 
 

 

Focus on
GLI SPIRITI DEL TEMPO
Gli ultimi mesi hanno visto la scomparsa silenziosa e discreta, senza troppi rumori di stampa e di critica, di tre straordinari attori, creatori e artisti del secondo Novecento, da includere indubbiamente nella rosa dei maggiori rappresentanti del Novecento Teatrale:
Sotigui Kouayté
, Zygmunt Molik, Torgeir Wethal


“Culture Teatrali” ha deciso di dedicare loro uno spazio necessario ed esclusivo per incastonare con speciali ritratti ad opera di fedelissimi militanti nel pensiero e nella pratica materiale il loro irripetibile sapere e fare teatrale.
 
Addio a Torgeir Wethal, attore emblema di un'epoca
di Massimo Marino
È un po’ come una vecchia zia che tutti stimano ma che tutti dimenticano, non ricordandosi neppure se ora vive con qualcuno di famiglia o con una badante. Il teatro, intendo. Molti lo dicono importante per la “vita culturale”, per l’identità, ma pochi ci vanno (e meno ancora con interesse reale), tutti lo dimenticano. Si conosconosoli  pochi nomi, dei quali si è visto a malapena un’opera, perché qualcuno le ha definite “trendy”.
Un nome che sembrava entrato nella mitologia del novecento, oggi appare dimenticato. È l’Odin Teatret di Eugenio Barba. Domenica ha iniziato a circolare la voce che il suo attore più emblematico, Torgeir Wethal, era morto dopo una bruciante malattia. Ho cercato una notizia sui giornali che abitualmente leggo, ma al momento in cui scrivo non ho trovato neppure un trafiletto. Ed è una dimenticanza grave. Perché Wethal, oltre a essere stato un grande attore, è stato un emblema di un’epoca che sembra cerchiamo di dimenticare in fretta. Quegli anni sessanta-settanta-ottanta-novanta, dei quali parliamo spesso con nostalgia, con rabbia, con distacco, ma che ancora siamo riusciti molto poco a storicizzare.
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In memoria di Torgeir Wethal


Caro amico,
Ti scrivo a nome di tutto l'Odin Teatret.
Domenica 27 giugno alle 7,45 di mattina è morto Torgeir Wethal. L'avevo incontrato appena diciassettenne nel 1964 e insieme avevamo fondato a Oslo, in Norvegia, l'Odin Teatret. Era in attesa di compiere diciott'anni per presentarsi alla scuola teatrale, ma non esitò a credere e rimanere leale al gruppo che all'inizio sembrava un'impresa amatoriale passeggera.
In questi 46 anni di attività, Torgeir divenne attore, regista teatrale e cinematografico, sempre nel nostro gruppo. Il suo film con Ryszard Cieslak sul training è una testimonianza unica sulla forza innovativa di questa pratica riscoperta da Grotowski. I suoi film sul training, gli spettacoli, i viaggi e i baratti dell'Odin riportano alla vita tappe salienti di un gruppo che ha delineato nuovi campi dell'agire teatrale. Aveva partecipato a tutti gli spettacoli dell'Odin, anche come aiuto regista. Fino al maggio 2010, nonostante fosse già debilitato dalla malattia, ha lavorato alle prove del nuovo spettacolo dell'Odin, La vita cronica.
Nel novembre 2009 gli fu diagnosticato un tumore maligno al polmone che si è diffuso rapidamente in tutto il corpo. Vogliamo dare questa notizia a te che non lo conoscevi. Per te che l'hai conosciuto, è un frammento della tua vita che ti dice addio.
                                                                     

                                                                 Eugenio Barba

 
CONVERSANDO CON...

a cura di Antonino Pirillo

Le quattro interviste - che appariranno a puntate su Culture Teatrali.org - a cura di Antonino Pirillo sono state realizzate cercando con tenacia lo spazio-tempo-disponibilità di Romeo Castellucci, Pippo Delbono, Cesare Ronconi, Pietro  Babina e Fiorenza Menni. Pensate come una sorta di coronamento e prove del nove della serrata analisi che Pirillo ha condotto nella tesi di laurea Fenomenologie attoriali negli spettacoli di Pippo Delbono, Socìetas Raffaello Sanzio, Teatrino Clandestino, Teatro Valdoca (aa 2008-2009, Facoltà di Scienze Umanistiche, Sapienza, Università di Roma, relatore prof. Valentina Valentini, correlatore, prof. Luciano Mariti) si soffermano su una serie nutrita di spettacoli di ciascuna compagnia in un arco cronologico che va dal 1992 al 2006. Sono stati attraversati:

- Amleto, Orestea e Genesi della Socìetas Raffaello Sanzio
-
Il silenzio, Urlo, Questo buio feroce di Pippo Delbono
- Parsifal
e Paesaggio con fratello rotto del Teatro Valdoca
- Variazioni su Hedda Gabler, Madre Assassina di Teatrino Clandestino

La domanda da cui si è originato il lavoro di ricerca, condotto prendendo in carico vari documenti –  registrazioni audiovisive, recensioni, diretta esperienza dello spettacolo, dichiarazioni degli autori – e producendo, attraverso una rigorosa griglia di analisi, un’indagine dello spettacolo attraverso la ricostruzione delle azioni e dei gesti, del registro verbale e sonoro, dello spazio scenico si è orientata a ridefinire il lavoro dell’attore e il suo ruolo nella scena di fine millennio. Lo studio di Antonino Pirillo ha individuatoo alcuni dispositivi come: lo smembramento dell’organismo in parti del corpo e della voce dal corpo; la vanificazione del senso affidata al linguaggio verbale, l’a solo...
- Valentina Valentini
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CONVERSANDO CON TEATRINO CLANDESTINO
di Antonino Pirillo


ANTONINO PIRILLO: Come definite le presenze che abitano le scende del Teatrino Clandestino? Performer, attanti, figure? O forse supermarionette digitali?

FIORENZA MENNI: Se le persone riconoscono in alcuni esseri umani il concetto e la parola attore, questi ultimi verranno sempre chiamati attori. Non è una cosa che viene imposta. Può esistere, invece, il fatto di pensare e osservare come questi esseri umani che vengono definiti attori possano aggiungere continuamente delle particolarità. È sempre una questione di sovrapposizione perché il primo gesto che un essere umano fa quando sceglie di entrare in scena o mettersi davanti a una telecamera o cinepresa è di aggiungere qualcosa a se stesso. E quest’aggiunta è infinita così come lo è la concezione che gli esseri umani possono avere e infinite sono le direzioni. Si possono, quindi,  sovrapporre a un individuo infinite azioni, infiniti oggetti, infiniti abiti, infiniti altri individui.

A.P.: C’è differenza tra le figure del Teatrino Clandestino e quelle che calcano le scene di Pippo Delbono?
F.M.:
In scena non c’è nessuna differenza. Dall’esterno sì, perché ci sono diverse tipologie di indicazioni. La scelta deve essere però libera da entrambe le parti. Se così non fosse, allora non si può parlare di attore. Ho capito cosa vuoi dire ma non sono convinta che ci sia una differenza. Il fatto che l’attore abbia scelto di mettersi in una posizione diversa dal pubblico presuppone l’essere guardati ma anche l’essere ascoltati, percepiti, sentiti perché, come Madre e Assassina dimostra, la percezione dell’attore non è univoca. La differenza è nella quantità di sovrapposizioni.

A.P.: Che intendi per sovrapposizioni?
F.M.:
Le indicazioni che mi vengono date che possono essere di tipo narrativo, psicologico, sentimentale, filosofico, estetico, ritmico, contestuale, inerenti al costume; la consapevolezza che, insieme a chi è fuori, tu hai fatto verso quella figura che verrà ascoltata, guardata, percepita e così via…

A.P.: Si mette in evidenza più che lo stare in scena la consapevolezza dello starci
F.M.:
Sicuramente avremo una consapevolezza diversa. La questione dell’attore è un fatto semplicissimo; é il livello di complicazione che può diversificare ma non ha a che fare con la qualità. La complessità non è necessariamente una qualità. C’è però un piano di stratificazione in cui siamo la stessa cosa, poi ovviamente le stratificazioni, i lucidi aggiunti possono essere completamente diversi.
PIETRO BABINA:
Se si può fare una differenza è che c’è un attore che è un artista e un altro che non lo è. Fiorenza è un’attrice che è un’artista mentre un altro attore per esempio in scena porta in sé, pur nella consapevolezza di essere lì, nella scelta di esserlo, un sapere che appartiene a qualcun altro. In un’attrice stratificata come Fiorenza c’è una complessità e una consapevolezza dell’uso e dello stare che è completamente differente, cioè è altro.

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CONVERSANDO CON...

a cura di Antonino Pirillo

Le quattro interviste - che appariranno a puntate su Culture Teatrali.org - a cura di Antonino Pirillo sono state realizzate cercando con tenacia lo spazio-tempo-disponibilità di Romeo Castellucci, Pippo Delbono, Cesare Ronconi, Pietro  Babina e Fiorenza Menni. Pensate come una sorta di coronamento e prove del nove della serrata analisi che Pirillo ha condotto nella tesi di laurea Fenomenologie attoriali negli spettacoli di Pippo Delbono, Socìetas Raffaello Sanzio, Teatrino Clandestino, Teatro Valdoca (aa 2008-2009, Facoltà di Scienze Umanistiche, Sapienza, Università di Roma, relatore prof. Valentina Valentini, correlatore, prof. Luciano Mariti) si soffermano su una serie nutrita di spettacoli di ciascuna compagnia in un arco cronologico che va dal 1992 al 2006. Sono stati attraversati:

- Amleto, Orestea e Genesi della Socìetas Raffaello Sanzio
-
Il silenzio, Urlo, Questo buio feroce di Pippo Delbono
- Parsifal
e Paesaggio con fratello rotto del Teatro Valdoca
- Variazioni su Hedda Gabler, Madre Assassina di Teatrino Clandestino

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