Ai sensi della Legge 7 marzo 2001 n°62, si dichiara che Culture Teatrali non rientra nella categoria di "informazione periodica" in quanto viene aggiornato ad intervalli non regolari.ng

 

Culture Teatrali. Studi, interventi e scritture sullo spettacolo - eISSN 2035-1585
Nostra Signora della Voce PDF Stampa E-mail



Incontro con “la maestra” Chiara Guidi intorno alla verità retrograda della voce

[Jennifer Malvezzi]

Una sera d’inverno, periferia sud di Parma. Il cascinale che ospita le sale di Europa Teatri taglia la nebbia burrosa come una flebile lucciola. Come nelle fiabe, quando dopo tanto vagare per selve ostili si trova un caldo riparo, un rifugio. E dentro ad aspettarti c’è lei, Chiara Guidi, la voce di tutte le fiabe del mondo: strega, orchessa e mamma insieme.

“Come ti chiami? Chiara. E tu? Tu come ti chiami?”

Il punto di partenza è il proprio nome. La risposta al quesito che ci si sente porre da sempre, così automatica da non richiedere sforzo. Ascoltare la propria voce e seguirla con un dito. Sembra di essere tornati a scuola, nell’ora di educazione musicale, quando la maestra dirigeva insegnandoci a solfeggiare. Anche Chiara Guidi è una maestra, con la sua lunga gonna a quadri e gli occhi che brillano di entusiasmo. Una maestra speciale, di quelle che ti insegnano a scrutare nella struttura invisibile del mondo, a sentirne “le molecole”.

Di solito non dimentico mai una voce. Quando avevo undici anni mio padre morì. Mi ricordo solo la sua voce soffocata e i colpi ritmici, contro al muro, di mamma che chiedeva aiuto. Non pensavo alla morte, ma “guardavo” le voci. La voce del babbo mi aveva attratto, colpito. Per comprenderlo, la imitai. Era un modo per averlo con me. Era un modo per superare il lutto. Il canto è la voce del funerale. Il canto è la tragedia. La voce diventò per me un’ossessione, da trent’anni sono alla ricerca di un metodo per afferrare la voce che mi scappa, per andare a ritroso, recuperare una voce e rifarla. Per questo chiamo l’oggetto della mia ricerca la “verità retrograda della voce”.

La voce di Chiara può imitare tutto quello che l’orecchio umano riesce a sentire. Dopo aver ascoltato con attenzione, dopo aver “guardato”  un suono nella sinfonia del mondo, si sforza di ripeterlo fino a che non ottiene la giusta intonazione che le permette di elaborare una partitura e di “far risuonare” quella voce, una, dieci, cento volte sempre uguale.

Iniziai col cercare la silhouette della voce, tracciando una sagoma arbitraria su un foglio, mentre leggevo un testo.  Da bambini, per capire, ci si sforza sempre di copiare. Erano segni senza significato. La cosa più difficile è non lasciar trasparire il significato. Iniziai a porre queste sagome, questi disegni, queste frecce sopra le sillabe del testo. Il primo testo che assunse questa scrittura neumatica fu Uovo di Bocca. Io e Claudia (Castellucci), intonandoci, possiamo ripeterlo coralmente, in modo sempre uguale. Questo è il primo testo dove la voce si è permessa di stabilire millimetricamente, neuma per neuma, il suo passaggio sulle parole, il suo ritmo interno. Una partitura emotiva fissa che la voce stessa detta, il suono preciso di quel preciso testo.
A un certo punto ciò che mi mise in crisi fu la spazializzazione della voce. La voce si muove non solo in direzione del pubblico, ma in tre dimensioni. In quello stesso periodo cominciai ad avere delle specie di allucinazioni: vedevo nella realtà un’immagine che mi colpiva e, poco dopo, la ritrovavo proiettata sul testo, sopra ai fonemi. Avevo bisogno di un’immagine precisissima, non mi bastavano più le frecce o le sagome. Avevo bisogno di un’immagine precisa che il testo stesso richiamava. Ed ecco la soluzione: davanti a quella distesa di oggetti, anche la mia voce doveva farsi corpo, muoversi in tre dimensioni. La mia voce doveva crearsi uno spazio per poi iniziare ad abitarlo costruendoci dentro, con la voce stessa, delle figure e una storia.

Chiara Guidi ricorda, allora, che in questa fase l’incontro con Scott Gibbons e la collaborazione per la Tragedia Endogonidia (2002-2004) si è rivelata fondamentale. È lì, in quell’opera e grazie a quella collaborazione creativa, che nasce la tecnica “molecolare”, un approccio microscopico che, attraverso la sintesi granulare del suono, consente di ridurlo  in frazioni per analizzarlo, trasformarlo e ricomporlo.

Solo così, con l’utilizzo di questa tecnica, si possono vedere i volumi delle molecole sonore e ricostruirle. La “massa sonora” è come una zolletta di zucchero e io, con l’uso della voce, vado a separarne i granelli. Ogni oggetto ha un suo suono. Ho bisogno degli oggetti come un pittore ha bisogno della modella; non per copiare la realtà o per interpretarla, ma per  poterne toccare la sostanza, per trovare la sua linea idiomatica con cui tracciare il disegno. Si tratta di trovare la mia voce. Di vedere il corpo della mia voce. Alla fine degli anni Novanta, mentre recitavo, ho visto per la prima volta la mia voce staccarsi da me. Aveva un corpo, aveva una sua andatura. Era una signora. Volevo conoscerla. Sul palco, oltre al mio corpo visibile, la mia voce pone un altro corpo che sottomette le parole al suo dominio. Per questo ho sempre bisogno di testi. Sono avida di testi. Mi servono i testi per riprodurre le voci che ho sentito, anche se i testi spesso le respingono. Devo scegliere la forma giusta della voce combattendo. E solo quando la forma scelta resiste a una serie di prove e controprove, essa è pronta per la scena. Inoltre il corpo e la voce rispondono agli stimoli sonori dell’ambiente esterno, cambiano con essi. Per questo devo provare la stessa voce in diversi luoghi, da sola e tra gli altri, al chiuso o all’aperto. È un lavoro molto delicato.

La voce stratifica tutti i paesaggi di una vita. In ogni istante, il nostro corpo e la nostra voce rispondono al brusio del mondo equalizzandosi. Con enorme pazienza Chiara Guidi intreccia, in questa Relazione sulla verità retrograda della voce, propri ricordi di vita, esperimenti empirici di ascolto, nozioni di tecnica molecolare ad affermazioni etiche di grande rigore. Sembra di giocare, ma a un gioco serissimo. Una lezione non solo di voce, ma di vita.

Mi chiedo continuamente “come ti chiami?”. Mi alleno su questa domanda ascoltando attentamente la voce mentre emette la risposta. È dall’osservazione della realtà della voce che arrivo al palcoscenico. La voce, infatti, è per sua natura sfuggente. Occorre inseguirla. Per questo non devo evidenziarla, ma domarla. Occorre crearle un cammino lungo il quale dirigerla. La partitura è questo: il frutto di un dialogo tra la voce vera e quella copiata. E nel mezzo si deve imparare a domare la voce. A domare il teatro.
Nell’antica Grecia, tutta la società era fondata sulle due ottave dell’ordine dorico: l’intera polis era fondata sulla musica. Noi italiani, invece, l’abbiamo bandita per sempre dalle nostre scuole. Non si tratta di una semplice constatazione storica. È una questione etica. La musica, infatti, è l’unica tra le arti a non essere rappresentativa, ma manifestativa. Una voce, un suono, non si possono descrivere con le parole. Un’immagine sì. Quello che in questi giorni stiamo vivendo sulle nostre spalle come compagnia (la polemica internazionale intorno allo spettacolo Sul concetto di volto nel figlio di Dio) ne è la dimostrazione. Riceviamo quotidianamente minacce da parte di persone che, in molti casi, lo spettacolo non lo hanno neppure visto. E tutto questo per un’immagine. In questo preciso momento storico, dopo che il suono è già stato bandito, c’è un pericolo reale di censura sulle immagini. A questa censura latente corrisponde un andamento reazionario del teatro che continua ad avere un’estrema fedeltà al testo scritto, ad un’idea di “Cogito ergo sum”. Ma perché non possiamo agire come i bambini e pensare e immaginare contemporaneamente?

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III edizione
scadenza bando: 6 febbraio

Mancano ancora pochissimi giorni per iscriversi alla terza edizione del Premio Prospettiva Danza Teatro, prestigioso appuntamento con la coreografia contemporanea italiana realizzato dall’Assessorato alla Cultura del Comune di Padova in collaborazione con il circuito regionale Arteven. Come lo scorso anno, il Premio è indirizzato ad autori di tutto il territorio nazionale e di età compresa tra i 18 e i 40 anni, con l'intenzione di realizzare un progetto di danza contemporanea per un gruppo di danzatori da 3 a 5 elementi.

Le domande di iscrizione dovranno essere inviate entro lunedì 6 febbraio 2012, data di scadenza del bando, corredate di tutta la documentazione richiesta (il bando integrale è reperibile on line nel sito www.prospettivadanzateatro.it www.arteven.it). Tra tutte le domande pervenute verranno selezionati cinque progetti: ai coreografi vincitori verrà offerta l'opportunità di svolgere una residenza creativa di sette giorni tra marzo e aprile 2012 - con parziale rimborso spese - presso la prestigiosa sala del Ridotto del Teatro Comunale “Giuseppe Verdi” di Padova.

Le cinque coreografie finaliste nate grazie a questo progetto di residenze verranno sottoposte al giudizio di una Commissione formata da coreografi, direttori artistici e operatori del settore e saranno poi presentate al pubblico nella serata di premiazione prevista per domenica 29 Aprile. Il coreografo vincitore si aggiudicherà il primo premio di 5.000 euro, con cui si mira a sostenere le ulteriori tappe del lavoro di ricerca e a favorire la circuitazione della creazione realizzata. Il progetto vincitore del Premio sarà infatti inserito nel cartellone della rassegna Prospettiva Danza Teatro 2013.

Il Premio rappresenta uno degli appuntamenti più interessanti all'interno della programmazione artistica di Prospettiva Danza Teatro, uno dei format di cultura e spettacolo più prestigiosi realizzati dal Comune di Padova, che raggiunge quest'anno la sua XIII edizione. Logica conseguenza del lavoro e delle politiche culturali di questi ultimi anni, il Premio nasce con l'intento di sostenere la creatività e il talento nei giovani coreografi promuovendone il lavoro di ricerca e favorendo la realizzazione di progetti originali.

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///Una rubrica per ripensare la relazione tra semiotica e teatro oggi///
a cura di Luca Di Tommaso


Segni e identità femminile in Pasolini traduttore dell’Antigone e dell’Orestiade
di Augusto Ponzio [PDF]

Augusto Ponzio è professore ordinario di Filosofia del linguaggio all’Università di Bari.
Ha diretto dal 1981 al 1999 l’Istituto di Filosofia del linguaggio della Facoltà di Lingue e Letterature Straniere, è stato il direttore del Dipartimento di Pratiche Linguistiche e Analisi dei Testi della stessa Università. Ha diretto la collana “Teoria del linguaggio e della letteratura” della Dedalo (Bari) e, con Ferruccio Rossi-Landi, la rivista “Scienze umane”. È stato condirettore della rivista “Lectures”, fondata da Vito Carofiglio. Ha contribuito come curatore e traduttore alla diffusione in Italia e all’estero del pensiero di Bachtin, Lévinas, Marx, Rossi-Landi, Schaff. Il suo interesse per il teatro si evince da contributi recenti come
Rappresentazione e de-rappresentazione nel linguaggio del teatro e del cinema, in Susan Petrilli (a cura), Linguaggi, Bari, Giuseppe Laterza, 2003, pp. 545-598. Per approfondimenti, cfr. http://www.augustoponzio.com/.

1. Antigone, la «piamente sacrilega»

Ismene: Ah, ricordo infine, che siamo nate donne, / che contro gli uomini non possiamo lottare: / dobbiamo chinare la testa e soffrire / anche angosce peggiori di questa, / Io per me, pregherò le anime dei morti / perché mi perdonino: non posso non obbedire a chi tiene il potere. / I gesti disperati sono vani

(Antigone, vv. 60-68, tr. di P. P. Pasolini)

La traduzione di Pasolini dell’Antigone di Sofocle è del 1960. Resta interrotta dopo la scena in cui a Creonte viene portata la notizia della sepoltura  di Polinice.
Particolarmente interessante in questa traduzione abbastanza fedele è la scelta delle espressioni e particolarmente degli aggettivi  riferiti ai due personaggi femminili, Antigone e Ismene.
(v. 1) Antigone:  «O koinòn autàdelfon Ismènes kàra», espressione d’affetto con riferimento a una origine e a un destino,  comune; «Ismènes kàra», espressione comune ai greci e ai latini, e che troviamo anche in Foscolo, Sepolcri, 71-72, «Il sacro capo / del tuo Parini». «O caro fraterno capo d’Ismene mia» Tr. di Raffaele Cantarella (1), 2007 (RC) : «Ismene, sorella nel sangue comune».  
Pasolini traduce:  Dolce capo fraterno, mia Ismene.
(38) Antigone; «eit’eugenès pèphukas eit’esthlòn  kakè»: eugenès, di indole di natura nobile, capace di alto sentire. Tr. RC: «di nobile razza, ovvero pur di nobile stirpe, vile»
Pasolini traduce: degna dei padri.
(39) «o talàiphron», detto da Ismene, che non può giungere a immaginare il disegno della sorella e che chiede «che cosa posso fare io?». Tr. RF: «o infelice» («che cosa potrei aggiungere di più io?»).
Pasolini traduce: Io, povera sciagurata che sono!
(47) «o sketlìa», apostrofe da parte di Ismene, in cui c’è insieme preoccupazione e commiserazione per la sorella Tr.  R.C.: «Sventurata».
Pasolini traduce: O infelice.
(48) Antigone: «all’oudèn authò thòn emòn m’èirgein mèta», «ma lui (Creonte) non ha alcun diritto di impedire i miei disegni». Tr. RC: «Ma egli non ha alcun diritto di impedirmelo».
Pasolini traduce introducendo l’aggettivo «lontana» (riferito da Antigone a se stessa): Non ha il diritto di tenermi lontana da lui (dal fratello Polinice del quale Creonte ha vietato la sepoltura).
Nella risposta di Ismene che invita la sorella a riflettere ricordando le sciagure che già si sono abbattute sulla loro casa, sciagura su sciagura – Edipo, Giocasta, Eteocle, Polinice –,  si dice a un certo punto (58) «nun d’àu màna de nò leléimmetha»,  «ed ecco ora siam rimaste sole»; tr. RC: «Ora siamo rimaste noi due sole».  
Pasolini, seguendo, a quanto pare, il codice Laurenziano,  che non pone il punto tra leléimmetha e il verbo successivo skòpei collegando la frase con quanto segue nei due righi successivi (59-60), traduce: Pensa ora come miseramente anche noi / moriremo, sole, senza nessuno, se andremo contro il volere del Re. Qui al posto dell’invito a riflettere sul fatto (ovvio) di essere rimaste sole, c’è l’avvertimento che, trasgredendo il volere del sovrano, moriranno e moriranno sole, senza nessuno.
Segue quindi la rassegnazione di Ismene sintetizzabile nella constatazione di essere «nate donne», le quali non lottano contro gli uomini (60-68): «gunàikh’oti / èphumen, os pros àndras ou makhumèna»,  «siamo nate donne, sì da non poter lottare contro gli uomini»
Nella traduzione di Pasolini (versi che ho collocato all’inizio quasi come epigrafe):

Ah, ricordo, infine, che siamo nate donne, / che contro gli uomini non possiamo lottare: / dobbiamo chinare la testa e soffrire / anche angosce peggiori di questa, / Io per me, pregherò le anime dei morti / perché mi perdonino: non posso non obbedire a chi tiene il potere. / I gesti disperati sono vani.

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Santarcangelo dei Teatri presenta il suo ANNO SOLARE PDF Stampa E-mail

Santarcangelo dei Teatri inaugura per il triennio 2012-13-14 (che si avvale della direzione artistica di Silvia Bottiroli, con la codirezione di Rodolfo Sacchettini e Cristina Ventrucci) una nuova formula: un ricco calendario di attività, tra cui residenze artistiche, laboratori, incontri e gite teatrali spalmato sull'intero anno solare precedente il festival e diffuso oltre i confini della città, per avviare un percorso di ricerca vitale e permanente.

 “Anno Solare contribuirà a far crescere una nuova cultura teatrale nella città e nel territorio – afferma Silvia Bottiroli – e a mettere in discussione la natura stessa del festival che sempre di più si porrà come esplorazione di forme, modi e contenuti, prendendo le distanze dal recinto rassicurante del consumo di spettacolo e facendosi strumento di una domanda più ampia”.

Per l'edizione 2012 - ora in avvio, e destinata a chiudersi con il Festival a giugno, sono previsti quattro percorsi che s’intrecciano in un unico calendario. Il primo "È primavera! - Apertura pubblica di residenze di ricerca e creazione", consiste in un programma di prove aperte di diversi artisti e compagnie che si terranno al Lavatoio: non si tratterà di spettacoli conclusi e finiti, ma di lavori in corso, aperti al pubblico per far conoscere il fascino della creazione di un'opera e sollevare nuove domande per lo sguardo. Primo appuntamento l’8 febbraio alle 20.30 con Città di Ebla e la ricerca scenica su Joyce di The Dead. Segue l’artista norvegese Ane Lan che propone due fasi di lavoro: una ricerca performativa intitolata Persona e ispirata al film omonimo di Bergman – l’8 marzo alle 20.30 – e un laboratorio in vista di un lavoro futuro dal titolo In absentia (l’artista cerca figuranti per Persona e artisti aperti al confronto per il laboratorio, che è a partecipazione gratuita. Informazioni e iscrizioni: workshop_anelan@dadaprod.net). Il 25 e 26 marzo sarà la volta di una giovane formazione milanese, Strasse, il cui sguardo cinematografico si inoltra nel paesaggio delle periferie raccogliendo indicazioni per possibili frammenti drammaturgici: con Drive in lo spettatore sarà condotto in solitaria in un viaggio in auto (luogo e orario da definire). Il 2 maggio, ore 20.30, sarà poi la volta del percorso d’attrice di Anna Amadori, che in Wonder woman si è trasferita costruisce un ritratto femminile tragicomico a partire dai racconti di Herta Müller. Scorre lungo l’intero periodo il percorso di ricerca del regista bolognese Pietro Babina: Eco Electronic Cooperation Online è un’indagine sulla scrittura drammaturgica che si sviluppa attraverso le potenzialità del web. Lo si può seguire in streaming e podcast su http://www.pietrobabina.net/pietrobabina/eco.html.
S’inscrive nel programma il laboratorio della non-scuola del Teatro delle Albe, con cui il festival propone per il secondo anno un laboratorio dedicato ai ragazzi e agli adolescenti della città. A guidarlo saranno Alessandro Argnani e Anna Lisa Magnani, per un cortocircuito di immaginazione scaturito dal romanzo di Jules Verne Viaggio al centro della terra: appuntamento il 2 e 3 aprile, al Lavatoio.

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Due Tempeste sulla scena teatrale londinese PDF Stampa E-mail



[Maria Coduri]

Nel corso dei secoli The Tempest è stata interpretata in modi diversi: l’addio di Shakespeare al teatro, un viaggio di conoscenza, un’opera anti-colonialista, una metafora sul teatro. Tra le produzioni più acclamate a livello europeo c’è anche la “nostra” Tempesta, quella diretta da Giorgio Strehler che debuttò nel giugno 1978 al Teatro Lirico di Milano.
A Londra, in questa stagione teatrale, due produzioni – estremamente differenti per nomi coinvolti e mezzi disponibili – hanno animato la scena della capitale: quella diretta da Trevor Nunn al Theatre Royal Haymarket, con Ralph Fiennes nel ruolo di Prospero e Nicholas Lyndhurst in quello di Trinculo, e una diretta da Jonathan Holmes per la sua compagnia, la Jericho House, andata in scena nella suggestiva cornice della chiesa medievale di St Giles’ Cripplegate, unico edificio antico tra i grattacieli eretti intorno al Barbican Centre. Né l’una, né l’altra produzione hanno ricevuto critiche particolarmente favorevoli e, nella maggior parte dei casi, quanto espresso sui giornali e sulle riviste inglesi, ci trova d’accordo. Sul “Guardian”, Michael Billington afferma che The Tempest di Nunn non offre alcuna delle “startling revelations or insights in the manner of Peter Brook, Jonathan Miller or Giorgio Strehler versions”. Secondo il critico inglese, dunque, la messa in scena strehleriana del 1978 rivelò più dell’opera scespiriana di quella di Nunn che, ad oggi, ha diretto ben trenta plays del drammaturgo inglese.
Nunn legge TheTempest come una parabola che sancisce il trionfo del perdono e della riconciliazione sulla vendetta, lettura leggittima ma, a tratti, un po’ marcata e che, in alcune scene, dà origine ad accenti eccessivamente sentimentali. Ben distante quindi da quell’amarezza (bitterness) di cui parlava Jan Kott nel suo Shakespeare Our Contemporary, il Prospero di Nunn congeda Caliban con un bacio sulla fronte e mostra il suo totale e incondizionato perdono verso coloro che gli avevano arrecato offesa, stringendo la mano del traditore Antonio. È un vero e proprio happy ending.
Punto di forza dello spettacolo è senz’altro l’interpretazione di Fiennes. L’attore recita i versi scespiriani con chiarezza e ponderazione, assaporandone il suono e trasmettendone l’importanza. È un Prospero dal portamento nobile ed elegante, una figura virile ed imponente che incute rispetto e riverenza ma che, allo stesso tempo, esprime con efficacia il suo tormento interiore e mostra una personalità fondamentalmente benevola e particolarmente tenera nei confronti di Miranda. Questa è piuttosto giovane, ha quindici anni, quindi Nunn si è distanziato volutamente dall’immagine del mago anziano con la barba bianca. Tuttavia è malinconico, tristemente assorto, come se portasse su di sé il peso di un’intera vita e si sentisse ormai un po’ distante dagli avvenimenti che lui stesso ha creato. Differentemente dal testo originale, è lui che apre lo spettacolo, figura maestosa – seppur vestito di stracci – che rende immediatamente chiaro il suo ruolo di mago, di artefice dello show, presentandosi in proscenio con il libro e il bastone magico per poi allontanarsi verso il fondo della scena da dove osserverà silenziosamente lo svolgersi della “sua” tempesta.
In generale, il ritmo dello spettacolo è piuttosto lento, soprattutto nella prima parte; si fa più incalzante nella seconda, in particolare grazie ad alcune trovate sceniche di grande effetto come la discesa di Ariel-arpia sulla tavola imbandita per il banchetto, una figura magica dalle grandi ali bianche che recita i suoi versi sospesa nell’aria. Tuttavia, alcuni momenti risultano eccessivi, troppo coreografici: in particolare nella scena del banchetto preparato dagli spiriti che, come una muta di cani segugi, si danno all’inseguimento dei marinai in una specie di danza che crea un’atmosfera evocativa di famosi musical. Bella l’interpretazione di Nicholas Lyndhurst e di Clive Wood, rispettivamente nei ruoli di Trinculo e Stephano. Lyndhurst, conosciuto soprattutto per il personaggio di Rodney Trotter nella sit-com Only Fools and Horses, è un Trinculo un po’ timido e afflitto che ben si contrappone all’ubriaco e rozzo Stephano.
In generale, The Tempest di Nunn ammorbidisce molte delle asprezze del testo originale e offre una lettura rassicurante pervasa, soprattutto nella seconda parte, da un’atmosfera quasi favolistica.

Di altro tono è la produzione della Jericho House. Forte, secondo il regista Jonathan Holmes, è la corrispondenza fra le avventure e sventure coloniali all’epoca di Shakespeare e il nostro presente costellato di storie di esilio, migrazione e conflitti territoriali. Non a caso lo spettacolo, prima di approdare a Londra, è statoportato a Gerusalemme, in Cisgiordania – a Nablus e a Betlemme – e ad Haifa. Una delle rappresentazioni ha avuto luogo proprio all’ombra del muro che separa Gerusalemme da Betlemme in una situazione piuttosto scespiriana con il pubblico che si muoveva liberamente durante lo spettacolo. Ecco dunque che, in quel contesto, il tema del matrimonio tra Miranda e Ferdinando e la riconciliazione finale assumevano un significato particolare.
Un ruolo fondamentale è giocato in questo allestimento dalla musica e dai suoni. Holmes sostiene che The Tempest fu un lavoro congiunto tra Shakespeare e Robert Johnson, compositore e liutista del re. Non a caso, dice, The Tempest è l’opera più breve di Shakespeare con alcuni personaggi e alcune situazioni non totalmente sviluppati. Era proprio la musica, secondo il regista, che doveva supplire alla brevità del testo. E così lo spettacolo risulta fortemente sonico, accompagnato, per l’intera durata, da musica, rumori, suoni (“The isle is full of noises,/Sounds and sweet airs that give delight and hurt not”, osserva Caliban). Veramente bella la voce di Ariel (Ruth Lass), le cui canzoni, dal sapore spiccatamente mediorientale, creano un’atmosfera inusuale e magica all’interno della chiesa di St Giles’ Cripplegate. L’Ariel di Lass è alquanto differente dall’etereo Tom Byam Shaw della Tempesta di Nunn. Tanto delicato e femmineo quello, quanto mascolina e, a tratti, quasi minacciosa questa. Sicuramente dotata di ottime qualità attoriali, non è parso, tuttavia, corrispondere all’idea di Ariel che ci dà Shakespeare nelle parole di Prospero: “my delicate Ariel” o “my bird”. Lass è agilissima ma è anche forte, muscolosa e il suo viso è alquanto spigoloso. È però un piacere seguirla nei movimenti e, soprattutto, godere della sua incantevole voce.
È una produzione “in piccolo”, allestita in uno spazio limitato. Per qualche ragione manca il personaggio di Gonzalo (forse per insufficiente numero di attori) e Antonio e Stephano diventano Antonia e Stephania, interpretate dalla stessa attrice, Nathalie Armin. Se il personaggio di Antonia può funzionare, l’interpretazione di Stephania che si prodiga in scene di seduzione con Caliban, ci pare sovvertire il rapporto esistente tra i due. Mentre nel testo originale Caliban si sottomette totalmente a Stephano (“Let me lick thy shoe”), nello spettacolo di Holmes è piuttosto Stephania che, usando tutte le sue strategie seduttive, cerca di farsi accettare da Caliban, in una resa che non sembra corrispondere alle intenzioni del drammaturgo.
Venendo infine al personaggio di Prospero, tanto è nobile nell’atteggiamento e maestoso quello di Fiennes, quanto minimale e contenuto è quello di Alan Cox. Anche qui vediamo un Prospero giovane, forse troppo però, anche perché ben lontano dalla presenza scenica di Fiennes. Come quest’ultimo Cox recita i suoi versi con chiarezza ed eleganza ma, solo di rado, esprime la complessità del grande personaggio scespiriano.

 
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